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“Piccoli allevatori, grande risorsa”. Su questa tematica si
incontreranno il 3 dicembre alle 17.30 nella Biblioteca Civica di Ceva,
Slow Food, Coldiretti e Anaborapi, presentando un importante documento
condiviso che avrà lo scopo di sottolineare la figura fondamentale del
piccolo allevatore. Al tavolo saranno presenti Piero Sardo, vice
presidente di Slow Food, Marcello Gatto, presidente di Coldiretti Cuneo
e Andrea Quaglino, direttore di Anaborapi, l’associazione che raccoglie
tutti gli allevatori di razza bovina
piemontese, moderati dalla
giornalista de La Stampa, Zaira Mureddu. L’Iniziativa rientra nella 1354
edizione della fiera di Santa Lucia.
Secondo gli storici, la fiera di Santa Lucia è dal 1300 un
appuntamento importante per Ceva, ma solo dalla fine dell’800 ha assunto
la connotazione che conosciamo oggi e cioè improntata sul commercio e
l’esposizione dei bovini di razza piemontese. La piazza Vittorio Veneto è
stata, fino a qualche decennio fa, tutte le settimane il teatro di un
fiorente mercato del bestiame e il 13 dicembre, Santa Lucia appunto, di
una fiera di dimensioni ragguardevoli che richiamava allevatori da tutto
il Piemonte. Il territorio cebano esponeva con orgoglio i suoi capi,
per lo più provenienti da piccole stalle che ospitavano pochi capi,
allevati con cura quasi maniacale.
Il piccolo allevatore ha sempre rappresentato un valore inestimabile
per il territorio e, nonostante gli ultimi decenni abbiano segnato una
variazione epocale nella società, esistono ancora tracce di quella
consuetudine che non deve andare perduta. Adesso è facile comprendere il
significato di questa attività che piano piano sembra rifiorire.
Infatti l’allevamento nelle zone montane sta interessando giovani
agricoltori che sono tornati ad investire, abbinando all’azienda
agricola un punto vendita aziendale secondo la filosofia di campagna
amica.
Un significato importante per le produzioni tipiche che da tempo
vedono la Piemontese come una razza bovina autoctona di grande rilievo
organolettico, ma anche dal punto di vista produttivo perché può
alimentare una filiera che per la nostra Regione può concorrere alla
ripresa economica, occupazionale e di presidio di un territorio che
seppur difficile dal punto di vista geografico, rappresenta un
patrimonio ambientale di indiscutibile valore.


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